13 luglio 2010

Vittadini: la forza contagiosa di un gesto di carità

vittadiniIl presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, presente alla Cena fin dalla prima edizione nel 2002, propone sul Mattino di Padova di domenica 12 dicembre una lettura delle ragioni da cui nasce la Cena di Santa Lucia. «Non bastano “grandi piani”, che spesso per loro natura favoriscono comportamenti redistributivi e passivi» ma non basta neanche «lasciar agire i singoli, come se questi già conoscessero ciò che devono fare». Né è possibile, anche nel Terzo mondo, un ritorno allo statalismo. Quale la ricetta dello sviluppo allora? La condizione è che le persone trovino in loro stesse, nel loro desiderio di verità, giustizia, bellezza, sostenuto da ideali, le ragioni del loro impegno nella realtà. Perché le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo.

Il Mattino di Padova, domenica 12 dicembre, p. 1, La forza contagiosa di un gesto di carità (G. Vittadini)

La possibilità di uno sviluppo, economico e sociale, in grado di arrivare a tutta la popolazione mondiale ha suscitato per decenni l’entusiasmo, magari ingenuo, ma originale e positivo di tante persone. Per certi versi tale promessa si sta avverando: la globalizzazione sta migliorando le condizioni di vita di moltissimi; tuttavia, mentre diminuiscono le ineguaglianze fra Stati, sono in rapido aumento quelle all’interno degli Stati, persino quelli che stanno incrementando in modo vertiginoso il loro prodotto interno lordo, e intere aree mondiali sembrano sempre più ai margini dello sviluppo.

Di fronte a questi problemi, non basta l’opzione economica. Come si legge in un recente libro, Alla radice dello sviluppo: l’importanza del fattore umano (di Berloffa, Folloni, Schnyder v.W., ed. Guerini e associati), «le politiche di accumulazione dei fattori produttivi (capitale fisico e capitale umano) e le risorse garantite attraverso gli aiuti allo sviluppo non hanno avuto l’efficacia attesa. […] Non bastano “grandi piani”, che spesso per loro natura favoriscono comportamenti redistributivi e passivi», ma non basta neanche «lasciar agire i singoli, come se questi già conoscessero ciò che devono fare». Né è possibile, anche nel Terzo mondo, un ritorno allo statalismo e ad aiuti che passino attraverso le istituzioni di quegli Stati che hanno provocato sprechi, corruzione, inefficienze, sostegno a regimi dittatoriali e guerrafondai.

E’ fondamentale ricordarsi quanto diceva già la Populorum Progressio più di 40 anni fa: «Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo». La condizione perchè questo avvenga è che le persone trovino in loro stesse, nel loro desiderio di verità, giustizia, bellezza, sostenuto da ideali, le ragioni del loro impegno nella realtà. Diceva a questo proposito don Giussani nel 1968: «Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo».

Servono esempi virtuosi dal basso. Come aiutare questi tentativi a crescere e riprodursi? Prima ancora degli organismi internazionali che devono sostenere le esperienze che lavorano per il bene comune, occorre quel dono commosso di sé di un uomo verso un altro uomo che è la carità, quel vero amore al destino dell’altro che spinge a farsi carico dei bisogni spirituali e materiali del prossimo, senza aspettare alcun tornaconto. Benedetto XVI ha affermato nella Deus Caritas Est che «anche nelle società più giuste, la carità sarà sempre necessaria».

La carità è l’inizio della giustizia, l’aiuto immediato dell’uomo verso il suo prossimo, che nessuna azione sociale potrà mai sostituire e da cui ogni azione sociale duratura nasce. Le “Tende” dell’Avsi sono da anni una occasione per inoltrarsi in questa dimensione della carità. Non sono solo un moto di generosità che si manifesta in incontri, mostre, cene, partite di calcio, concerti e mille altri gesti immaginati dalla fantasia di chi le promuove per raccogliere fondi. Sono, per decine di migliaia di persone, una straordinaria occasione di conoscenza di pezzi di mondo dove lo sviluppo “ha un volto”.

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La Cena di Santa Lucia che si svolge domani sera a Padova è forse il gesto delle Tende più rilevante in tutta Italia. E’ molto di più che una cena di beneficienza in cui persone di una delle regioni più sviluppate e operose di Europa si riuniscono per sostenere progetti di cooperazione. Chi vi ha partecipato negli anni scorsi ha potuto vedere la drammaticità e la bellezza di progetti che hanno unito persone diverse, accomunate dal desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita, ricevendo e donando. Quest’anno i proventi della Cena di Santa Lucia andranno a centri educativi e scuole di Haiti, Kenya, Cile, Sud Sudan, Etiopia; per la riqualificazione del sistema irriguo in Libano oltre che per l’intervento della Caritas in aiuto agli alluvionati del Veneto.

Il ponte tra Italia e Paesi in via di sviluppo consiste anche nel sostegno che i centri formativi della Dieffe stanno dando alla scuola professionale di Adua, in Etiopia, guidata dalla suora salesiana Laura Girotto. Quello che c’è in gioco è molto più di un programma di cooperazione. Come ha detto Murimi Gideon, studente di Nairobi, classe 1990, diplomato, ex ragazzo di strada: «Vorrei dire a coloro che ci stanno aiutando che li ringrazio perchè hanno salvato una vita, una vita vera».
* Presidente Fondazione per la Sussidiarietà