13 febbraio 2015

Mons. Berhaneyesus Demerew Souraphiel, neo cardinale di Addis Abeba

Berhaneyesus_Demerew_Souraphiel_with_Luigi_MazzucatoTra i 20 nuovi cardinali che saranno creati da Papa Francesco in San Pietro, durante il Concistoro di sabato mattina, c’è anche mons. Berhaneyesus Demerew Souraphiel, arcivescovo di Addis Abeba e presidente dell’eligenda Università Cattolica di Addis Abeba. Il progetto della costruzione dell’Università Etiope è tra i progetti più cari alla storia della nostra Associazione e mons. Berhaneyesus è stato più volte ospite della nostra Cena di Santa Lucia. Crediamo che questa nomina di papa Francesco si collochi nel solco di quella attenzione che la Chiesa porta a tutte quelle iniziative e progetti volti a generare e far maturare gli uomini nella realtà in cui vivono.
Riportiamo qui di seguito l’intervista rilasciata da mons Berhaneyesus a Radio Vaticana.

R. – Papa Francesco mi ha nominato cardinale, ma io non lo sapevo. E’ stata una sorpresa anche per gli altri. Per me, già lavorare per la mia arcidiocesi è un grande lavoro, una grande sfida. Ma lavorare a livello mondiale è qualcosa di ancora più grande. Allora io ho pregato. Ho chiesto anche ai fedeli di pregare per questa responsabilità pastorale. Per l’Etiopia, anche se è una Chiesa piccola, è una responsabilità grande. Perché la Chiesa ha una buona relazione con le altre Chiese cristiane e anche con i musulmani. Questo vuol dire che la Chiesa cattolica deve continuare ad essere un ponte tra le diverse religioni, le diverse visioni che la gente ha, e anche con i diversi membri della società.

D. – Come vivono i cristiani in Etiopia?

R. – La gente – che nel Paese è in maggioranza cristiana – prende la sua fede sul serio: la fede – dicono – è un dono di Dio. E vivono così. Affrontano le cose vedendo che se Dio vuole, le cose possono cambiare. Non perdono la speranza. Per questo amano la vita, dal concepimento fino alla morte. E questo è importante.

D. – Quanto è importante l’opera della Chiesa nel suo Paese, in Etiopia, ma anche più in generale in Africa?

R. – Pensiamo ai giovani che stanno andando nei Paesi arabi a lavorare come domestici: alcuni vogliono venire in Europa, passano per Lampedusa … Ma lì la Chiesa cattolica, specialmente in Etiopia, dice: noi dobbiamo cambiare la situazione qui. Se noi prepariamo la gioventù nel nostro Paese, si possono offrire opportunità e si può cambiare la situazione. Allora la Chiesa cattolica gestisce tante scuole, ospedali e centri sociali e di sviluppo. Tutto questo si fa a livello dei Paesi dell’Africa orientale. In molti Paesi si fa di più, perché i cattolici sono di più. Noi stiamo pensando di creare un’università cattolica, perché università vuol dire educazione e con l’educazione si possono cambiare le cose. La gioventù può anche creare lavoro: e quando c’è lavoro, i nostri non devono più andare all’estero lasciando la ricchezza dei loro valori e anche le loro radici cristiane. Con l’educazione possono anche valutare quali valori siano buoni e quali disturbano la società.

D. – Le istituzioni, in questo caso, che ruolo dovrebbero avere, per evitare che tanti giovani vadano via dalla vostra terra?

R. – Possono operare in modo da creare lavoro, perché la disoccupazione è una delle grandi sfide in Africa. E credo anche che con l’educazione possiamo ridurre la violenza, che sia guerra civile o la violenza sulla donna o sui bambini, i bambini soldato … e tutto ciò si può cambiare solo attraverso l’educazione.

D. – A ottobre ci sarà il Sinodo straordinario sulla famiglia: quanto è importante questo Sinodo per l’Africa?

R. – Molto, molto importante, per l’Africa, perché in Africa tutti amano la famiglia. Adesso ci sono tante sfide per la famiglia, anche per quella africana, specialmente in alcuni Paesi: gli uomini vanno a lavorare in un altro Paese, le donne restano con i bambini … come si fa? Queste separazioni noi crediamo che rappresentino un grande problema per la famiglia in Africa. Spero che da questo Sinodo, per il quale tanti pregano, usciranno i valori della famiglia. Noi possiamo essere poveri materialmente, ma non spiritualmente, perché abbiamo dei valori e questi valori li dobbiamo tenere ben saldi con tutte e due le mani!