11 aprile 2019

Un piano realistico per (e con) l’Africa

Ha una forza divisiva l’Africa. Di qua gli euforici, convinti che «è il nostro futuro», di là i depressi del «non ce la farà mai». Ma mentre ci si divide nei dibattiti, il mondo è in corsa verso l’Africa: per accaparrarsene un pezzo, una risorsa, una ferrovia da costruire, una quota di forza lavoro, una soluzione all’inverno demografico europeo. Perciò proponiamo un piano concreto con e per l’Africa.

Restare al balcone a guardare, non è proprio nelle corde di chi fa cooperazione. Così come non è nostro compito partecipare alla «corsa all’oro». La vicenda interessante è piuttosto cambiare prospettiva e impostare rapporti e relazioni Europa-Italia-Africa nuove a tutti i livelli. Scommettiamo su un piano realistico, quindi aderente alle opportunità e criticità, ma che non rinunci all’ambizione di innestare una nuova marcia. Le opportunità le offre la legge di Bilancio: una parte rilevante dei fondi destinati all’accoglienza non saranno spesi, visto il calo drastico degli arrivi di migranti. Si va da un’ipotesi minima di 500 milioni a una massima di un miliardo di euro. Una quota di tali fondi potrebbe essere destinata a progetti direttamente nei Paesi africani. Un’opzione questa che dimostrerebbe che al controllo dell’immigrazione che cerca il nostro governo lungo i confini corrisponde un impegno effettivo nei luoghi di origine dei flussi; che al contrasto all’emigrazione irregolare si abbina la costruzione di alternative tramite lo sviluppo delle economie locali.

Come investire, dove e in quali progetti? Anche qui assecondare la realtà aiuta: si devono privilegiare interventi e progetti già in essere che si siano dimostrati efficaci, e potenziare il loro impatto attraverso un processo di scaling up. Rifiutiamo la logica da coloni nel nuovo millennio, e investiamo energie nel concertare ogni piano e azione con interlocutori africani delle istituzioni locali e nazionali, della società civile, dell’impresa… Le risorse disponibili dovrebbero essere usate come leva per attivare altri finanziamenti attraverso la compartecipazione finanziaria delle banche di sviluppo, di organismi internazionali e della stessa Unione Europea. All’inizio gli interventi dovrebbero insistere su 9-10 Paesi al massimo, quelli dai quali provengono i flussi migratori più incidenti o nei quali c’è una presenza italiana più radicata,sia di imprese che di società civile da valorizzare.

Educazione, agricoltura, energia e climate change non possono che essere i settori primi di intervento, in quanto decisivi per la messa in moto di processi di sviluppo sostenibile. Se i bambini, i giovani e le donne devono essere il primo target, il metodo lo determinano loro stessi: la formazione al lavoro e l’inserimento lavorativo, sempre fondati su un’educazione di qualità, verificata nei risultati, non solo segnata sui registri di classe. Perché da qui prendono avvio i percorsi di institutional building e costruzione di una classe dirigente capace di interloquire alla pari con chi anima la «corsa» all’Africa, di non farsi sfruttare, di bandire la corruzione come sistema stabile e di rinunciare a visioni di piccolo cabotaggio.

Il movente di questo piano con e per l’Africa è alla fine puro interesse: ogni gol a cui puntiamo (dal più ambizioso come il climate change a quello più basico) è irraggiungibile senza il coinvolgimento di chi sta dall’altra parte del Mediterraneo. Detto altrimenti: o stiamo in piedi tutti, o cadiamo tutti. Noi preferiremmo la prima.